Dott. Liliana Di Nita  - Studio di Logopedia e

DSL Disturbo Specifico del Linguaggio
 
Che cosa sono i DSL?
I disturbi di linguaggio rappresentano, in particolare, i disturbi neuropsichici ad emergenza più frequente tra i 2 e 6 anni.
 
La definizione di ritardo o disturbo del linguaggio in età evolutiva è utilizzata per descrivere quadri clinici molto eterogenei, in cui le difficoltà linguistiche possono manifestarsi in associazione con altre condizioni patologiche (deficit neuromotori, sensoriali, cognitivi e relazionali) o isolatamente.
 
Nel primo caso si parla di disturbi del linguaggio secondari (o associati al disordine primario), mentre nel secondo caso si definiscono “Disturbi specifici del linguaggio” (DSL) i ritardi o disordini del linguaggio “ relativamente puri”, in cui non sono identificabili fattori causali noti.
 
I DSL risultano avere una diffusione del 5-7 % in età prescolare e tendono a ridursi nel tempo con una incidenza dell’1-2% in età scolare.
 
Va però considerato che i soggetti con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) presentano un pregresso disturbo di linguaggio nel 30-40 % e, secondo alcuni, più della metà dei bambini con DSL presenta difficoltà di apprendimento nei primi anni scolastici.
 
Appare, quindi, più che mai evidente la necessità di una diagnosi ed un intervento precoce di questi disturbi che hanno una notevole ricaduta sociale.
 
 
Come si manifestano?
I DSL possono assumere differenti espressioni, in relazione alle caratteristiche del disturbo.
 
Riprendendo la classificazione dell’ICD 10 (International Classification of Diseases – 10 edizione redatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) le principali manifestazione possono essere in sintesi descritte:
•Disturbo specifico dell’articolazione e dell’eloquio
•Disturbo del linguaggio espressivo
•Disturbo della comprensione del linguaggio
 
 
◾Disturbo specifico dell’articolazione e dell’eloquio 
L’acquisizione dell’abilità di produzione dei suoni verbali è ritardata o deviante con conseguente difficoltà nell’efficacia comunicativa del bambino.
 
La diagnosi è possibile in presenza di:
•intelligenza non verbale nella norma; 
•abilità linguistiche espressive e ricettive nella norma; 
•anomalie dell’articolazione non direttamente attribuibili ad alterazioni sensoriali, anatomiche o neurologiche; 
•anomalie nel contesto d’uso colloquiale del linguaggio.
 
 
 
◾Disturbo del linguaggio espressivo
La capacità di esprimersi tramite il linguaggio è marcatamente al di sotto del livello appropriato alla sua età mentale, ma con una comprensione nella norma.
 
La diagnosi è possibile in presenza di:
•intelligenza non verbale nella norma; 
•mancanza di produzione di singole parole intorno a due anni; 
•piccole frasi di due parole intorno a tre anni sviluppo limitato del vocabolario; espressioni di lunghezza ridotta; 
•strutturazione della frase poco evoluta e/o deviante; 
•difficoltà nella fluidità della frase / racconto; 
•ritardi / anormalità per i suoni linguistici.
 
 
◾Disturbo della comprensione del linguaggio
Comprensione del linguaggio non coerente con l’età cronologica.
 
La diagnosi è possibile in presenza di:
•intelligenza non verbale nella norma; 
•comprensione verbale marcatamente discrepante con l’età mentale non verbale; 
•capacità di espressione poco evolute e/o devianti
 
 
 
Quando si manifestano?
Lo sviluppo del linguaggio è caratterizzato da una grande variabilità interindividuale, dovuta sia a fattori biologici, sia a fattori ambientali (minore o maggiore stimolazione in ambito famigliare, inserimento precoce a scuola, presenza di fratelli o sorelle, eccetera).
 
 Mediamente intorno ai 24 mesi il bambino possiede già un vocabolario di circa 100 parole e inizia a formare le prime frasi (combinazioni di due parole, spesso associate a un gesto indicativo o simbolico).
 
Intorno ai 30 mesi di età avviene generalmente la vera esplosione del linguaggio, in particolare del vocabolario: il numero di parole prodotte dal bambino aumenta in breve tempo e il bambino inizia a produrre frasi di tre o più parole.
 
Un parametro fondamentale da tenere in considerazione in ogni caso è un’adeguata comprensione del linguaggio dell’adulto: se questa è presente si può attendere tranquillamente sino ai 36 mesi di età, fornendo indicazioni alla famiglia sugli stili educativi che favoriscono lo sviluppo di abilità espressive linguistiche.
 
 Solo in caso contrario sarà necessaria una valutazione strutturata a livello cognitivo, comunicativo e linguistico.
 
Cosa fare?
L’età di tre anni costituisce una sorta di spartiacque tra i bambini cosiddetti “parlatori tardivi” e i bambini con un probabile disturbo specifico di linguaggio.
 
La presenza di una produzione ancora non adeguata secondo i parametri sopracitati dovrà necessariamente essere valutata da un’attenta visita medico specialistica.
 
Non conviene, infatti, aspettare nella speranza che il disturbo si risolva da sé.
 
 La consultazione di un centro per la cura dei disturbi del linguaggio aiuterà ad inquadrare ed affrontare un problema che non va sottovalutato in quanto può condizionare fortemente la vita di relazione e gli apprendimenti scolastici.
 
Che cosa devono fare i genitori?
•Ascoltare il bambino quando parla, anche se mostra difficoltà, con attenzione e serenità, senza mostrare fretta, ansia, insofferenza. 
•Lasciare che concluda sempre il suo discorso, anche se richiede più tempo.
•Favorire l’uso del gesto a supporto dell’efficacia comunicativa.
•Riformulare la produzione “scorretta” del bambino e non correggerla: il bambino impara implicitamente dal modello verbale dell’adulto, non dall’esercizio di ripetizione: quindi non “ricattare” per avere la produzione corretta.
•Parlare molto al bambino, in modo rilassato e lento, ma senza scandire troppo le parole. 
•Valorizzare le altre qualità del bambino in modo da aumentare la sua autostima. 
•Accettare il bambino con il suo disturbo creandogli intorno un mondo accogliente dove il suo “problema” non venga sottolineato e ingigantito.
 
 
Che cosa non fare
•Non parlare davanti al bambino delle sue difficoltà.
•Non anticiparlo quando parla, completando le parole o le frasi. 
•Non interromperlo dicendogli che si è già capito. 
•Non mortificare, anzi, favorire l’uso del gesto a supporto del linguaggio verbale del bambino: questo può aiutarlo ad esprimersi, favorendo la sua efficacia e possibilità comunicativa.
•Non correggerlo quando pronuncia male una parola o una frase, ma riformularla correttamente nel rispondergli.
 
 
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